Scienziato, insegnante e umanista, Alfredo Polsoni fu una figura eclettica e appassionata. Nato a Paglieta nel 1873, dedicò la sua vita allo studio, alla divulgazione scientifica e alla cultura popolare abruzzese, lasciando un’eredità preziosa che unisce rigore accademico e amore per le radici.
Alfredo Polsoni, scienziato ed umanista, nacque il 16 novembre 1873 a Paglieta, paese della provincia di Chieti nella valle del Sangro, da Giovanni Polsoni e Leontina Di Matteo, terzo di quattro figli (Fileno, Nicola, Alfredo e Sebastiano).
Frequentò la scuola elementare a Paglieta e poi il ginnasio ed il liceo a Chieti; compì gli studi universitari a Bologna ove, dopo aver frequentato per quattro anni la facoltà di Medicina, si laureò il 18 dicembre 1908 in Scienze naturali. Prese la strada dell’insegnamento, introducendo il metodo sperimentale e fu considerato un innovatore. All’inizio del secolo lo si trova a Palermo come precettore presso la famiglia patrizia dei Duca D’Arezzo, poi come insegnante di Scienze naturali e fisiche presso la Regia Scuola Tecnica “Gabriele Rossetti” di Vasto (CH); nel 1916 passò al Regio Istituto Tecnico “Pier Crescenzi” di Bologna. A Terni nel 1932 perse la madre Leontina ormai centenaria; nel 1934 scomparve anche la moglie Aida Agostini che aveva sposato il 6 ottobre 1917 a Roma; e nel 1936 si unì in matrimonio con Almerinda Rosica a Pescara.
La sua attività di professore lo portò in vari Istituti e Licei d’Italia (Vasto, Bologna, Assisi, Terni, Pescara): nell’anno scolastico 1932/33 viene chiamato ad insegnare Scienze naturali presso il Liceo Ginnasio “G. D’Annunzio” di Pescara. Il suo grande progetto fu quello di fondare un museo, cosa che intraprese subito, riuscendo a raggiungere il traguardo nel gennaio 1943 con l’inaugurazione ufficiale, anche se parziale. Occupandosi, infatti, di ricerca nel campo delle Scienze naturali e curando anche la pubblicazione di alcuni studi, ebbe modo di raccogliere instancabilmente diversi esemplari del mondo animale, vegetale e minerale e di allestire un Museo considerato tra i più importanti a livello nazionale.
Ma dopo i primi bombardamenti del ‘43 su Pescara: – dice il Polsoni nell’introduzione al volume “Vita Paesana” – “costretto a sloggiare … mi vidi condannato ad una nuova pena, a me tanto dura: l’ozio forzato. Privo di libri e senza l’occorrente per fare almeno una raccolta botanica … oppressa la mente dalle notizie sulla spogliazione della casa e sulla completa rovina abbattutasi in tutte le sale del “Museo Civico di Scienze Naturali” nacque “l’idea di fare una rivista retrospettiva del mio paese natìo… e, sgranellando strofe dopo strofe … dopo aver risciacquato i miei cencelli nel Sangro, sono arrivato a mettere insieme questo volume (Vita Paesana): rievocazione della vita quotidiana semplice, della vita paesana… immagini, spiriti, voci dei passato.” Nel suo ritiro a Paglieta ( CH) si dedica alla sua vena umanistica ispirata dai ricordi di infanzia e dal suo territorio.
Ritornò nella scuola nel 1949 come preside della Scuola Media Comunale di Paglieta (1949 – 1955), grazie all’impegno dell’allora Sindaco Antonino Di Lallo.
In proposito è un suo pronipote (Alfonso) a darci ulteriori informazioni su quel periodo, in un articolo “Alfredo Polsoni, l’uomo, il ricercatore”, apparso sulla rivista “39° Settembrata Abruzzese”: “…. Dopo lo sfollamento zio Alfredo, tornato a Paglieta, venne a vivere inizialmente a casa dei miei, e così imparai a conoscere la persona piena di umanità e sempre desiderosa di comunicare con parenti ed amici, ma soprattutto con suo fratello Nicola. Specialmente a tavola si attardava a ricordare con tutti noi la vita paesana della sua fanciullezza, certi personaggi, abitudini, consuetudini, riti religiosi, cucina, linguaggi, motti e certe inflessioni connotative di Paglieta”.
Il pronipote fa fatica a riconoscere lo zio che aveva conosciuto nell’ottobre 1940 quando si recò a Pescara per motivi di studio: “una figura distaccata di Professore, tutto preso dai suoi studi ed impegni per il Museo, dove allevava ragni e pidocchi e dove per la prima volta mi trovai davanti a leoni, zebre ed una grande varietà di uccelli in un salone arredato da una ventina di armadi di cristallo…”.
“A mia madre, per esempio, proponeva” – è sempre il nipote che parla – “ricette di cucina paglietana ormai a noi ignote … minestra di fave secche, farro. Insomma questo suo ritorno alle radici paglietane aveva fatto esplodere tutta la sua umanità repressa”.
Comunque la sua vivace curiosità sostenuta da un sincero ed instancabile spirito di ricerca lo portarono a spaziare in altri campi come quello della musica, cimentandosi con la composizione popolare abruzzese di cui resta una canzone: “Vié’, n’te n’abbrevugnà”.
Compose sonetti in dialetto, e curò la raccolta di “motti e detti” abruzzesi. Compose anche in Latino: nel piccolo opuscolo Nugae Oblitae Latio, presente nella Biblioteca del Liceo Classico G. D’Annunzio di Pescara, si possono leggere epigrammi, indovinelli da lui composti.
Una particolare attenzione rivolse alla “cucina” sia nazionale che abruzzese, ricavandone un ricco ricettario di cucina: culinaria, pasticceria, frutta sciroppate e candite, liquori. Recentemente tra le sue carte ed appunti sono state trovate una proposta di “guida allo studio della Biologia” ed una “operetta teatrale”, che lui stesso rappresentò, insieme ai suoi compagni di studi, a Chieti in occasione del Carnevale 1894.
La formazione scientifica di Alfredo Polsoni, la sua passione per i Classici e la sua sensibilità lo portarono a coniugare onorevolmente le scienze, le lettere e le arti.
Alfredo Polsoni perciò viene ricordato, oltre che per la sua apprezzata opera di professore e di studioso, per la sua poesia in Latino, collocandolo tra le figure più significative di umanisti abruzzesi del ‘900. Ma va ricordato anche per la raccolta di sonetti in dialetto “Vita Paesana”, libro anch’esso presente nella Biblioteca del Liceo, lavoro che secondo il prof. Giammarco si colloca “nel panorama della cultura regionale” nazionale tra le opere che sono testimonianza non menzognera dell’“italianità dei dialetti”. Polsoni ricevette diversi elogi per questo libro da parte di intellettuali e docenti universitari quali il prof. Aurelio Pace, il prof Paolo Toschi, prof Giovanni Marotta, prof Mario Sacchetti, Vincenzo Bucci.
L’instancabile passione di Alfredo Polsoni per la scuola e di raccoglitore instancabile di esemplari animali, vegetali e minerali, lo indusse a curare da un lato studi specifici ed a fondare dall’altro un Museo Civico di Scienze Naturali.




Il suo impegno di studioso e di raccoglitore instancabile di esemplari animali, vegetali e minerali, lo indusse a curare da un lato studi specifici ed a fondare dall’altro un Museo Civico di Scienze Naturali.
Tra gli studi si ricordano : “Sull’anatomia del Cinnamomum Camphora” – Tolmezzo 1909;
“Fenomeni di tipo carsico nelle formazioni gessose del Comune di Gissi” – Tolmezzo 1909;
“Flora apistica della Calabria Ulteriore I” – Modena 1912; “Formazioni gessose del Comune di Gissi; “Flora apistica della Calabria ulteriore I” – Modena 1912; “Ricerca sui principali elementi del Clima di Vasto” – Vasto 1914.
Per quanto concerne il “Museo Civico di Scienze Naturali – Aida Polsoni Agostani”, collocato nel Liceo Ginnasio G. D’Annunzio di Pescara, questo è stato realizzato nel decennio 1933/43 con il consenso e l’aiuto del Comune e della Provincia di Pescara e del Governo. Prima di questo decennio, dal 1930 al 1932, Il Regio Liceo aveva un gabinetto di Chimica, Scienze naturali e geografia dotato di materiale acquistato dalla stessa scuola e, alcuni esemplari donati dal Ministero della Educazione Nazionale e rilevati dall’Istituto Zoologico della Regia Università di Roma.
Tuttavia, fu il prof. Alfredo Polsoni, che generosamente fece “legale donazione” allo Stato – recepito con Regio Decreto Ministero Educazione Nazionale, nota n° 3926 del 06/07/1939 – di un consistente materiale scientifico di sua proprietà. Il materiale donato comprendeva 30 uccelli esotici; crostacei a secco; collezione entomologica contenuta in 40 scatole; 100 specie di conchiglie; erbario della flora indigena; 300 minerali e rocce; pietre preziose lavorate, naturali ed artificiali; 200 fossili; oggetti preistorici; prodotti coloniali.
Le finalità del Museo erano “l’integrazione dell’insegnamento scientifico delle scuole, l’istruzione del popolo, l’assunzione di funzioni proprie di un Centro di cultura e di ricerche.”
Il Museo, era per quei tempi, l’unico del genere nel centro meridione della penisola: situato nell’ala sinistra del 1° piano del palazzo del Liceo Ginnasio “G.D’Annunzio” e, più precisamente, sette sale con migliaia di esemplari e pezzi, anche storici.
Una prima parziale inaugurazione ebbe luogo nel gennaio 1943 limitatamente ad un salone riservato ai “mammiferi” ed agli “uccelli esotici”.
Per il 1945 era stata prevista l’inaugurazione definitiva con un’area espositiva comprendente dieci sale, oltre ad una parte del terreno adiacente al palazzo scolastico; l’articolazione del museo prevedeva una sezione generale riservata al materiale “indigeno ed esotico” e una seconda destinata al “Museo Aprutino”, ed infine un “acquario di pesci e di anfibi viventi”, un “giardino botanico” (realizzati) ed un “osservatorio meteorologico” (non realizzato).
Ma i bombardamenti aerei e il passaggio del fronte di guerra (1943/’44) hanno distrutto un’iniziativa culturale ed educativa di grande rilievo, non solo per Pescara e l’Abruzzo.
Ciononostante il Polsoni, nell’immediato dopo guerra, prese alcune iniziative per ricostituire il Museo; ma purtroppo l’opera di ricostruzione di Pescara e dell’Abruzzo non tenne in alcun conto della sua proposta.
Ad oggi, di quel meraviglioso ed importante museo, sono rimasti solo sei armadi da esposizione.
Il materiale raccolto e ordinato da Polsoni fu oggetto di una “legale donazione” allo Stato, riconosciuta dal Ministero dell’Educazione Nazionale nel 1943. La raccolta comprendeva:












In questa atmosfera il Polsoni si dedicò alla poesia, dando alle stampe rispettivamente nel 1951 e nel 1955 i due lavori in versi:
– “Vita Paesana”, figure e spunti in vernacolo abruzzese;
– “Nugae Oblitae Latio”, raccolta di poesie latine.
Nello specifico il volume “Vita Paesana” raccoglie le poesie dialettali distinte in 120 sonetti e 7 altri componimenti, illustrazioni e note, avvertenze idiomatiche e glossario.
A tal proposito scrive il prof. Zopito Di Tillio in un suo profilo su “Alfredo Polsoni”: “Il libro si legge dal principio alla fine con interesse sempre più vivo, tanto esso si distingue da altre raccolte consimili per la schietta vena dialettale ed il vivo sapore popolaresco”; “sicché con Marziale può ben dire il Polsoni, a proposito della sua poesia, Hominem pagina nostra sapit”.
“… non mancano composizioni che potrebbero figurare degnamente in un’antologia della migliore poesia dialettale abruzzese” – è sempre il Di Tillio che scrive -. “Si distinguono tutti per un equilibrio stilistico cui fa riscontro la capacità espressiva di un dialetto immune… da ogni trasposizione letteraria.
Anche la tematica è piacevole e varia, seppure semplice ed elementare come sono semplici ed elementari i sentimenti dell’anima popolare, quali l’amore per la propria terra, il ricordo del tempo antico, gli affetti domestici … all’autore il merito di essere riuscito a fondere la sua cultura umanistica nel folklore paglietano … a ciò contribuisce la lingua, che non ha nulla di artificioso,
ma vuole essere l’espressione più genuina e vera della parlata paglietana.”
Il prof. Paolo Toschi dell’Università di Roma in proposito dice: “la lingua è più aspra e saporosa di quella cui il nostro orecchio si era abituato con la lettura di precedenti poeti abruzzesi: ha qualche cosa di più schiettamente paesano e rustico.”
Ed il prof. Tullio Tentori, dell’Università di Roma, “trovò nel libro elementi utili per la sue ricerche”. Poi il prof. Di Tillio si sofferma per un momento anche sui “versi latini” del volume “Nugae Oblitae Latio”: “Poesie d’occasione in vario metro… che rivelano notevole padronanza della lingua latina… una vena ed una misura degne di un poeta vero!”
Al riguardo il prof. Antonio Trovar dell’Università di Salamanca, dopo aver letto le poesie latine, scrisse al poeta, esprimendo “la sua ammirazione… ed anche una certa invidia… non è frequente presso noi spagnoli giocare con i versi latini … !”
E così il prof. Di Tillio conclude il suo saggio, riportando la sincera lode di Luigi Illuminati che riconosce al Polsoni, per la felicità e la grazia del verso, frutto del suo amore per le humanae litterae, il giusto posto che gli spetta nella storia dell’attività culturale abruzzese degli ultimi tempi.
Pertanto non si sottrae il Di Tillio a sottolineare del prof. Polsoni che “la sua solida cultura, d’altra parte, non si limitava al campo delle scienze, ma si estendeva anche al mondo delle lettere e delle arti; coltivò infatti con passione lo studio dei Classici, che di tanta umanità doveva arricchire la sua personalità di scienziato”.
Uno studio approfondito e puntuale della poesia latina del Polsoni è quello che il prof. Giuseppino Mincione, Professore di Lingua e Letteratura Latina, nonché di Letterature Comparate dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti, ha illustrato nel Convegno tenuto a Paglieta nel 1984 e che è stato pubblicato sulla Rivista “Abruzzo Letterario”.
Il Mincione inizia il suo saggio con “Alfredo Polsoni merita di essere preso in considerazione anche per le sue composizioni in latino”. Quindi introduce il suo discorso su quanti si sono occupati sia delle poesie dialettali (Di Tillio, Giammarco) che di quelle latine del Polsoni (Trovar, Illuminati, Vittoriano Esposito) e poi fa un riferimento alla triade dei poeti in latino De Titta, Illuminati e Tinozzi, accostandolo a quest’ultimo in quanto “coltiva la poesia latina per hobby”.
Passa quindi ad analizzare il testo di “Nugae Oblitae Latio” “inezie imbrattate di latinità”. Dall’esame “a foris” evidenzia, tra l’altro, la contaminatio con Catullo e Cicerone, la raccolta dei versi latini formanti 100 composizioni ed aventi una varietà esigua di metri, tra cui prevale il distico elegiaco, seguono 18 composizioni di soli esametri, una in strofe saffiche minori…
In particolare la prima parte comprende 70 composizioni, di varia grandezza, di argomenti assai differenti e spesso con dediche. La seconda raccoglie gli “Epigrammata”, in cui sono rispecchiate situazioni di altro libro del medesimo autore.
Si tratta di quattordici epigrammi … quasi tutti con destinatari diversi. La terza e ultima parte comprende gli “Aenigmata” che ammontano a sedici.
Infine il Mincione ricorda che la dedica è rivolta a tutti quelli che sono stati suoi allievi: “ad plurimos omnes iam meos alumnos.”
La familiarità del Polsoni con i Classici, viene sottolineata ripetutamente dal Mincione che ne rintraccia la presenza nei versi, che componeva nei ritagli di tempo, di Marziale, Cicerone, Orazio, Virgilio, Tibullo, Fedro.
Il prof. Mincione passa quindi “ad un esame più approfondito cioè “ab intus” della raccolta”, evidenziando che il carattere umoristico dell’Autore è di gran lunga il più diffuso tra tutte le sue composizioni: “è come se il Polsoni avesse ritrovato in sé quell’italum acetum, che caratterizzò lo spirito satirico dei nostri padri italici” come per esempio la “donna scaltra” (c. IV),
“il tovagliolo… per meglio sporcarci il petto” (c. XXIV), “la benevolenza dell’uomo verso il porco”… (c. XXVII), “il desiderio di una giovane” (c. LXVI). Ma questo suo spirito satirico affiora spesso anche nella vita quotidiana: per esempio, durante le interrogazioni in classe oppure nelle riunioni di Consiglio, come ricorda la prof.ssa Norina Cianci, apprezzata docente e valida
collaboratrice nella direzione della Scuola Media di Paglieta.
Puntuale il Mincione si sofferma ad analizzare anche la struttura del verso che di volta in volta il Polsoni adotta: “riesce bene a contenere la battuta di spirito nelle strettoie del distico elegiaco ed a creare come un crescendo, che poi esplode nel pentametro di chiusura” così come, parla degli indovinelli o aenigmata.
A proposito degli indovinelli il Mincione afferma: “essi tuttavia denotano una grande perizia nel saper racchiudere in poche parole ciò che si deve indovinare e soprattutto il possesso sicuro dell’arte del comporre, pur tra le difficoltà del verso latino”. E poi, più in là, continua: “il meglio della sua arte però non è tanto da vedere nelle brevi composizioni…, bensì in quelle di più ampio respiro, in cui la tensione del compositore trova maggiori possibilità espressive nella unicità del tema.”
Il Mincione nell’accennare alla “struttura metrica” del carme XIV, “ad aliquos sodales” gli amici dell’Università di Bologna, che richiama lo “Stabat Mater dolorosa” attribuito a “Iacopone da Todi, si sofferma su un’altra… più efficace ed espressiva dal punto di vista poetico.” È il carme XXXII della raccolta, “che risulta composta il 1° maggio 1952, quando il poeta, ormai al termine della sua esistenza terrena, aveva raggiunto maturità e finezza d’espressione.” E qui il Mincione, sempre sensibile ed attento a cogliere gli stati d’animo più profondi del Poeta, nota che “si fa più pensoso della vita che tramonta elevando la sua poesia a dimensione
metafisica” con la domanda nel titolo “che significato ha la vita di uomo: Quidnam hominis vita?”
Anche se con alti e bassi il Polsoni è sempre più attraversato da “pensieri tristi”, così come fa notare il Mincione con l’elegia dedicata a Galileo, “imparziale critico dei suoi scherzi”, che risulta inviata da Paglieta il 1° dicembre 1953.
In sostanza il Mincione “coglie una costante nei suoi versi ultimi, scritti nel periodo 1952/55: incalza la fine con tutte le ansie e le delusioni della vita.” Come per esempio nell’ultima breve elegia “Deo gratias” dell’ottobre ‘54 e dedicata a Gennarino di Paglieta.
A questo punto il prof. Mincione ritiene opportuno chiudere il suo saggio soffermandosi sul c. XXIX che trova “emblematico di tutta la raccolta, il più rappresentativo e certamente contiene i versi tra i più belli di quelli scritti dal Polsoni.”
Questo carme, che ha per titolo “Idibus Aprilibus”, porta la data di “Pescara 11 aprile 1939” ed il Polsoni lo dedica al fratello Fileno che compie ottant’anni a Roma ove vive.
“Il poeta inizia, ricordando il ritorno della primavera con le rondini e le erbe sui prati e ringraziando la divinità che il fratello abbia potuto vedere ottanta volte l’annuale sole…..” E così continua il Mincione, “la distanza non annulla le consuetudini …. e manda” “tanti dolcetti …. il poeta però è orgoglioso di una cosa: i dolci ricorderanno al fratello la casa paterna, i giorni ivi trascorsi ed i tempi tranquilli di Paglieta.”
“E questo forse il momento più bello e significativo della lirica, perché nel dono …… c’è il preciso intento di rivivere insieme col fratello tutta una storia di famiglia e di paese, la loro fanciullezza e la tranquillità che offriva loro Paglieta: “Palletae tempora tuta.”
Il Mincione sottolinea come Alfredo Polsoni sia un raffinato rievocatore di tradizioni paesane, di cui egli aveva dato prova già nelle composizioni dialettali.
Il prof. Giuseppino Mincione chiude il saggio sulla raccolta di versi in Latino di Alfredo Polsoni con queste parol:
“A conclusione si può dire che il Polsoni è stato un divertito compositore di indovinelli in Latino e spesso anche felice realizzatore di epigrammi satirici, ma egli in questo carme ha il merito di aver saputo piegare gli esametri latini ed esprimere pienamente un altro aspetto del suo animo, cioè quello di poter rappresentare e trasfigurare in immagini poetiche quanto c’è di più sacro negli affetti familiari e nell’ambiente paesano. E questo è senz’altro la parte più valida e più duratura della sua poesia in Latino.”
( tratto da Prof. Alfredo Polsoni, di Nicola e Alfonso Polsoni, Editrice La Perseveranza)